News & BusinessTecnologia & AI, Assicurazioni
La Russia incrimina il fondatore di Telegram Pavel Durov mentre 65 milioni di russi usano ancora l'app ogni giorno

Cos’è successo
L'FSB, il servizio di sicurezza russo erede del KGB, ha incriminato mercoledì il fondatore di Telegram, Pavel Durov, per assistenza ad attività terroristica, e ha annunciato di averlo iscritto in una lista di ricercati. L'accusa è di non aver rimosso canali e bot che i servizi ucraini avrebbero usato per organizzare sabotaggi, a partire da Daivinchik, il bot di incontri interno a Telegram che in Russia fa le veci di Tinder, uscito dal paese, con fino a 16 milioni di utenti al mese. Lì dentro, sostiene l'FSB, agenti che si fingevano ragazze avrebbero adescato dei giovani spingendoli poi ad attaccare poliziotti e a incendiare infrastrutture: 46 gli arrestati, minorenni compresi, fra i 12 e i 22 anni. La testata specializzata in cyber-intelligence Recorded Future News dichiara tuttavia di non aver potuto verificare né le accuse né i video di presunte confessioni; la pena arriverebbe comunque a quindici anni, estendibile all'ergastolo.
Durov, quarantunenne, ha passaporto francese ed emiratino e vive a Dubai. Racconta di aver lasciato la Russia nel 2014 dopo essersi rifiutato di consegnare i dati di utenti che organizzavano proteste su VKontakte, il Facebook russo che aveva fondato e che quel rifiuto gli costò. Telegram non ha replicato formalmente: il suo account su X si è limitata a ripubblicare una vecchia foto del fondatore col dito medio.
Perché conta
La cosa più bizzarra, al netto dell’accusa, è che il Cremlino sta processando un'app da cui dipende, e negli ultimi giorni lo ha fatto con due mani (che non si parlano l’un l’altra).
- Lunedì il portavoce Dmitrij Peskov diceva a Interfax che i contatti per ripristinare l'accesso stavano proseguendo, lamentando semmai che Telegram mostrasse poco interesse a trattare; mercoledì è arrivato il mandato. Sul New York Times, l'analista moscovita Ilya Grashchenkov ci legge un altro round nella battaglia sul controllo dell'app, più che il suo capitolo finale. Nel 2024, quando fu la Francia ad arrestare Durov, era stato proprio Peskov a difenderlo: i terroristi usano Telegram, disse allora, ma usano anche le automobili, e nessuno arresta l'amministratore delegato della Renault;
- Dopo l'invasione dell'Ucraina il Cremlino ha chiuso le testate che non controllava, bandito Facebook e Instagram e rallentato YouTube, e Telegram è diventato il principale canale di informazione non filtrata del Paese, dove convivono a due dita di distanza media indipendenti, blogger militari nazionalisti e opposizione. Aveva 90 milioni di utenti al mese prima delle restrizioni; ad aprile Durov ne dichiarava ancora 65 milioni al giorno. Quando l'anno scorso le autorità hanno stretto, il gradimento di Vladimir Putin è sceso ai minimi dall'inizio della guerra, e alla Duma il deputato filo-governativo Sergej Mironov è arrivato addirittura a dare degli "idioti" a chi aveva ordinato il blocco;
- L'app è formalmente irraggiungibile dal febbraio scorso, quando il regolatore Roskomnadzor ha cominciato a bloccarla — eppure, il Cremlino e il ministero della Difesa continuano a pubblicarci ogni giorno, e i blogger militari la descrivono come “indispensabile” per le truppe. Il problema lo ha posto Putin in persona davanti a una militare che definiva Telegram uno strumento di comunicazione del nemico: usare sistemi che non sono nostri e non sono sotto il nostro controllo, ha risposto, è un pericolo per il personale.
Adesso
- Quello che Mosca vuole lo ha detto ad agosto Andrej Svintsov, vicepresidente della commissione Politica dell'informazione della Duma, la camera bassa del parlamento: Telegram potrebbe operare legalmente se aprisse una sede in Russia, conservasse i dati degli utenti russi dentro i confini e collaborasse con i servizi sulle indagini per terrorismo. Sono le condizioni della “sovranità” digitale russa — e l'accusa penale al fondatore è la leva per ottenerle;
- L'arresto, però, resta improbabile. La lista russa è un atto interno che non obbliga nessun altro Stato, e una segnalazione Interpol andrebbe chiesta a parte e passerebbe da un vaglio supplementare; quanto alla Francia, il Paese non estrada i propri cittadini, come ha ricordato il legale di Durov, Philippe de Vel — per il tramite, si noti, dell'agenzia di Stato russa TASS. Parigi però lo ha incriminato a sua volta nel 2024 e lo ha interrogato di nuovo questo mese: due governi su fronti opposti della guerra gli contestano la stessa cosa, non rimuovere e non collaborare;
- La partita vera si gioca su MAX, l'app di messaggistica di Stato, che dichiara apertamente che consegnerà i dati alle autorità su richiesta, non usa la cifratura end-to-end, ha ormai gruppi e canali come Telegram ed è integrata nei siti pubblici e privati e nelle piattaforme social. Se il blocco durasse abbastanza da spostarci gli utenti, il Cremlino otterrebbe per sfinimento ciò che nessuna sentenza, verosimilmente, gli darà.