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La Commissione europea boccia il fisco italiano, il forfettario al 15% sotto gli 85 mila euro è nel mirino perché scoraggia la crescita delle micro-imprese

Cos’è successo
La Commissione europea boccia l'impianto fiscale italiano: serve un sistema più equo e orientato alla crescita. Nel mirino il regime forfettario, l'aliquota piatta al 15% per chi fattura sotto gli 85.000 euro. Bruxelles avverte: così le micro-imprese restano piccole, scoraggiate dal crescere o fondersi e si limita la crescita.
In Italia le aziende familiari sono l'83% delle micro-imprese italiane e non beneficiano da un sistema di gestione professionale, con effetti negativi su innovazione e produttività (OECD, 2026). Anche il trattamento fiscale agevolato delle imprese ereditate dalle nuove generazioni premia la continuità familiare invece dell'aggregazione o del ricambio esterno, frammentando il tessuto produttivo.
Perché conta
Il forfettario è solo uno dei punti critici per un fisco italiano che pesa troppo sui redditi da lavoro e non tassa in modo sufficiente patrimoni (IMU esente su prima casa) ed eredità. In questo modo si penalizza la crescita e non si promuove l'equità. Questo accade assieme a una situazione economica complicata con un margine fiscale in riduzione e un deficit che preoccupa Bruxelles per via del patto di stabilità e crescita (PSC). Il debito è tornato a salire e le agevolazioni erodono il gettito; ridurle è la leva politicamente più economica per allargare la base senza toccare le aliquote nominali.
- Bruxelles indica dove spostare il carico: patrimonio ed eredità per togliere il peso ai lavoratori, mentre i valori catastali restano scollegati dai prezzi di mercato e la prima casa è esente dall'IMU;
- Il rapporto debito/PIL ha invertito la rotta nel 2024, trainato dall'effetto ritardato dei crediti edilizi del Superbonus, e i rischi di sostenibilità restano alti nel medio termine;
- Sì, ma allargare la base è un eufemismo: forfettario ed esenzione sulla prima casa proteggono autonomi e proprietari, l'elettorato più sensibile, e intanto scuola e sanità sono già scese (8,0% e 13,2% della spesa nel 2024) mentre pensioni e interessi sul debito divorano lo spazio fiscale.
Adesso
- Primo test il 30 giugno 2026: la Legge di Bilancio impone a ogni ministero di valutare almeno una politica di spesa nei Piani di analisi e valutazione, dopo le spending review annuali del 2023-2025. Sarà il banco di prova tra revisione vera della spesa e mero adempimento formale;
- La prova del fuoco è la prossima Legge di Bilancio, in autunno: Roma si è impegnata a ridurre il cuneo fiscale entro il 2026, ma toccare forfettario, valori catastali e IMU sulla prima casa resta radioattivo a ridosso del voto. Scenario probabile: si limano le agevolazioni ai margini, si lasciano intatte le rendite politiche;
- L'orizzonte è il 2028: 7,5 miliardi di tax expenditure da tagliare rispetto al 2019, sotto la lente della Procedura per gli squilibri macroeconomici. Con rischi di sostenibilità alti nel medio termine, ogni slittamento si scarica sullo spread dei BTP: o l'Italia allarga davvero la base, o il debito riprende a derivare, con la produttività debole a fare da zavorra.