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L’Italia e il PNRR: speso solo 30% e riforme dimezzate

4 min di lettura

Cosa è successo?

Un'analisi dell’Institute for European Policymaking (Università Bocconi) ha messo in luce serie problematiche legate alla messa in atto del PNRR. L’Italia rischia non solo di non riuscire a spendere le risorse a noi destinate, ma anche di ritrovarsi più indebitata di prima con investimenti che non hanno risolto alcuna delle debolezze strutturali del paese.

  • Tra le righe:

  • L'Italia è stata la maggiore beneficiaria del NGEU in valore assoluto: €69 mld in grants e €123 mld in prestiti, pari a circa il 10% del PIL

  • Al 30 settembre 2024 abbiamo speso solo il 30% delle risorse disponibili: (57,7 mld), pur con il 95% dei fondi già attivati e il 64% coperto da contratti: gli impegni esistono, i pagamenti restano indietro di almeno due anni.

  • L'impatto del PNRR sul PIL 2024 è stato ridimensionato dal DEF di aprile (+0,9 p.p.) al Piano Strutturale di Bilancio di settembre (+0,1 p.p.): lo shock positivo sul ciclo economico italiano è stato rinviato e concentrato artificialmente sull'ultimo anno di Piano, con proiezioni 2026 che Confindustria stessa definisce poco credibili.

I target di riforme strutturali sono lontani dagli obiettivi: la riduzione del 95% dei fascicoli dei tribunali è stata cambiata per applicare solo agli arretrati nel 2019, escludendo i casi usciti da allora. La costruzione di nuovi asili nido sono passate da 264.000 a 150.480 (-50%)
La riforma del lavoro (GOL, €5,5 miliardi) ha "preso in carico" 3,9 milioni di disoccupati, ma la presa in carico equivale a un'iscrizione in database: solo circa due terzi ha ricevuto supporto attivo, e le regioni con i più alti tassi di disoccupazione, quelle a cui sono stati assegnati più fondi, non sono in grado di erogare questi servizi.
Il Superbonus ha generato un costo finale di circa €165 miliardi contro i €14 miliardi stimati al lancio; i €14 miliardi di fondi PNRR inseriti a sostegno della misura hanno contribuito, secondo la Corte dei Conti, a prolungarne l'operatività fino al 2024 e oltre, aggravando il buco nei conti pubblici italiani.

Perché è importante

ll Next Generation EU doveva essere lo strumento che non solo ci avrebbe portato fuori dal periodo della pandemia, ma anche aiutato a invertire vent’anni di produttività piatta. Lo spazio fiscale concesso dall’Unione Europea per effettuare importanti investimenti strutturali avrebbe dovuto cambiare la traiettoria di crescita del paese rendendo più sostenibile nel lungo termine anche il nostro debito pubblico e preparandoci per la transizione demografica che continuerà a pesare sempre di più sulle finanze pubbliche. Tuttavia, queste ambizioni sono state deragliate da una frenetica “gara di spesa” al posto di un piano di sviluppo integrale. Il rischio concreto è che i €123 miliardi ricevuti a titolo di prestito non generino neanche il ritorno economico necessario per ripagarli, lasciando il Paese con un rapporto debito/PIL ancora più fragile e infrastrutture prive di piani di manutenzione ordinaria.
Per chi opera nel mercato italiano, le mancate riforme dal punto di vista della velocità della giustizia, inefficienze amministrative e digitalizzazione renderanno più difficile investire nel nostro paese. Allo stesso tempo, l'esaurimento dei fondi nel 2026 creerà un vuoto di investimenti che la finanza pubblica, appesantita dal costo del Superbonus e dei nuovi prestiti UE, difficilmente potrà colmare e a cui si dovranno aggiungere i costi di mantenimento di questi nuovi investimenti, che non sono stati rendicontati.

E adesso?

Cosa tenere d'occhio:

  • A giugno 2026 scade la finestra PNRR: i progetti non completati perderanno l'accesso ai fondi residui, innescando riallocazioni che altereranno il quadro dei servizi pubblici locali
  • Da qui a fine 2026 il dibattito europeo sui requisiti di rendicontazione: per i nuovi strumenti post-PNRR e il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (Budget dell’Unione Europea) dovrà essere finalizzato adottando anche una struttura più simile a quella del PNRR. Le lacune documentate dall'Ufficio Parlamentare Di Bilancio e dalla Corte dei Conti alimentano già le discussioni a Bruxelles su condizionalità più stringenti per la prossima generazione di fondi strutturali
  • Costi di manutenzione post-2026: scuole digitalizzate, centri per l'infanzia e banche dati costruite con fondi UE non dispongono di un piano di finanziamento ordinario dopo la chiusura del programma.

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