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Inflazione al 67%, 270 mld per la ricostruzione: il fronte interno che il regime iraniano teme più dei bombardamenti

Cosa è successo
La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele sta trascinando l’economia iraniana in una crisi senza precedenti. I bombardamenti hanno colpito infrastrutture strategiche, strade, edifici residenziali e settori chiave, aggravando una situazione già compromessa da anni di sanzioni internazionali. A peggiorare il quadro è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran: una mossa che ha bloccato uno dei principali snodi energetici globali e provocato la risposta di Washington con un blocco navale dei porti iraniani.
Le conseguenze per la popolazione sono drammatiche. Secondo le prime stime del ministero del Lavoro iraniano, citate dal Wsj, oltre un milione di persone ha perso direttamente il lavoro e un altro milione è stato colpito indirettamente. L’inflazione annua ha raggiunto il 67% a metà aprile, mentre il rial ha toccato il minimo storico di 1,8 milioni per dollaro. I prezzi dei beni essenziali, dalla carne ai prodotti elettronici, sono schizzati alle stelle, rendendo il costo della vita insostenibile per gran parte della popolazione.
Perché è importante
La crisi iraniana ha implicazioni che vanno oltre i confini del Paese. La chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, ha messo sotto pressione i mercati energetici internazionali, mentre il blocco navale americano sta paralizzando le esportazioni petrolifere di Teheran, principale fonte di entrate per il governo. Prima del conflitto, l’Iran esportava circa 1,85 milioni di barili di greggio al giorno. Oggi non ci sono prove che il petrolio iraniano riesca a raggiungere i clienti internazionali.
- Sul piano interno, il rischio è una nuova ondata di proteste sociali: l’erosione del potere d’acquisto e la disoccupazione di massa potrebbero riaccendere le tensioni già esplose nei mesi scorsi e represse con la forza dal regime.
- Sul piano geopolitico, Washington e Teheran stanno usando la leva economica come arma negoziale: gli Stati Uniti puntano sul collasso finanziario dell’Iran, mentre Teheran scommette sul fatto che l’aumento dei prezzi dell’energia e della benzina costringerà gli americani ad allentare la pressione.
E adesso?
- Il governo iraniano sta cercando di contenere l’impatto economico con misure d’emergenza: aumento del salario minimo, sussidi per pane e carburante, fondi ai più poveri e voucher per beni alimentari. Sta inoltre tentando di aggirare il blocco commerciale usando rotte terrestri e ferroviarie attraverso Turchia, Armenia, Azerbaigian e Pakistan, oltre ai porti sul Mar Caspio. Teheran spinge per una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz e avrebbe proposto una tregua in cambio della fine del blocco navale e del conflitto, rinviando però il dossier sul programma nucleare;
- Anche se la guerra finisse presto, la ricostruzione potrebbe costare circa 270 miliardi di dollari: una cifra enorme per un Paese con un Pil annuo di 341 miliardi. La vera sfida per il regime potrebbe quindi iniziare proprio con la pace, di fronte a una popolazione più povera, disillusa e potenzialmente pronta a mobilitarsi.