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In 60 giorni Trump vuole raggiungere un accordo con l’Iran a cui Obama ha lavorato per quasi 2 anni

Cos’è successo
La firma elettronica dell’accordo Usa-Iran, immortalata sul lato americano durante il G7 sulle sponde del lago di Ginevra, apre di fatto una corsa contro il tempo. Il memorandum d'intesa siglato da Donald Trump e dall’omologo iraniano Masoud Pezeshkian equivale infatti alla riapertura dello Stretto di Hormuz e a un accordo per tentare di raggiungere un'intesa definitiva su quasi tutto il resto – compreso il dossier nucleare e il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran – entro soli 60 giorni. Vale la pena ricordare che l’amministrazione democratica di Barack Obama impiegò quasi due anni – convenzionalmente 20 mesi – per definire i dettagli dell’accordo del 2015. L’intesa di allora, il Joint comprehensive plan of action (Jcpoa), è stata stracciata dallo stesso Trump nel 2018, durante il suo primo mandato.
Entrambi i Paesi hanno confermato che il memorandum è stato firmato elettronicamente ed è ora in vigore, in attesa della cerimonia di firma formale che si terrà venerdì a Lucerna (in Svizzera). Ma nuovi dettagli diffusi da funzionari statunitensi durante una conferenza telefonica con i giornalisti confermano che entrambi i Paesi hanno ancora molta strada da fare per raggiungere un accordo di pace definitivo e globale che realizzi l'obiettivo primario di Trump, ovvero impedire all'Iran di sviluppare armi nucleari.
Perché conta
I nodi del memorandum d'intesa Usa-Iran riguardano principalmente tre punti.
- I dubbi sul fondo da 300 miliardi di dollari, una cifra colossale per la ricostruzione dell'Iran a cui dovrebbero partecipare i partner regionali degli Usa, tradizionalmente ostili a Teheran;
- Le incognite sul dossier nucleare e sui limiti reali all'arricchimento dell'uranio, su cui dovrebbe tornare a vigilare l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), dato che l'obiettivo primario di Trump resta impedire al Paese di sviluppare la bomba atomica;
- La sfida diplomatica dei 60 giorni, un tempo ridottissimo se si pensa che l'amministrazione Obama impiegò ben 20 mesi per definire i dettagli del Jpcoa nel 2015.
Adesso
Gli scenari all'orizzonte dipendono dalla tenuta dell’attuale accordo, su cui pesa anche – ma non ultima – la posizione critica di Israele e del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
- Nel migliore dei casi, l'intesa regge alla prova dei fatti, lo Stretto di Hormuz riapre in sicurezza e i negoziatori trovano una quadra definitiva a tempo di record;
- In caso di scenario “intermedio”, le trattative si rivelano più complesse del previsto e alla scadenza dei due mesi le diplomazie concedono un'ulteriore proroga per non far fallire i progressi fatti;
- Nel peggiore dei casi, il dialogo tra i due Paesi si blocca su un punto critico, come il nucleare, la sfiducia reciproca prende il sopravvento e l'intero accordo salta, riaccendendo le tensioni globali.