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Il riscaldamento globale può costare all'Italia fino al 6% del Pil entro il 2050 e raddoppiare il rischio di rifinanziamento del debito

Cos’è successo
Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e la European University Institute, ha pubblicato all'inizio di giugno 2026 il primo studio che quantifica il legame tra rischio climatico e finanza pubblica per l'Italia. La ricerca mostra che, in assenza di politiche climatiche e misure di adattamento adeguate, l'Italia potrebbe registrare entro il 2050 un livello di PIL inferiore fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario privo di danni climatici, con il rischio di rifinanziamento del debito pubblico italiano che potrebbe raddoppiare.
Perché conta
- Massimo Tavoni del CMCC, autore dello studio, sottolinea che il rischio climatico è anche un rischio sovrano, con impatti macroeconomici che si propagano alle finanze pubbliche e agiscono da fattore di stress su una vulnerabilità economica e fiscale già esistente, un collegamento diretto tra danni fisici climatici e sostenibilità del debito;
- Carlo Carraro, tra i fondatori del CMCC, descrive il meccanismo come uno "spread climatico": l'aumento del rapporto debito/PIL e la maggiore rischiosità del debito derivanti dai danni climatici inducono un aumento dei tassi d'interesse, in modo analogo allo spread già noto ai mercati finanziari, ma originato da fattori climatici anziché puramente fiscali;
- Lo studio segnala che le perdite non colpiscono l'Europa in modo uniforme: le regioni meridionali e orientali del continente risultano più esposte, mentre per l'Italia il rischio principale riguarda una traiettoria di crescita economica e di esposizione fiscale strutturalmente più fragile, coerente con il Climate Risk Index di GermanWatch, che colloca l'Italia come secondo paese europeo più colpito dal cambiamento climatico dopo la Francia nel periodo 1995-2024.
Adesso
- Matteo Calcaterra del CMCC, coautore della ricerca, sottolinea che per un paese come l'Italia, esposto sia agli impatti climatici sia a vincoli di finanza pubblica, ritardare l'azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale, un argomento diretto a favore di investimenti tempestivi in mitigazione e adattamento;
- Lo studio, presentato durante la Venice Climate Week (3-8 giugno 2026), si è accompagnato a un'indagine Ipsos-Doxa su 350 PMI italiane, che ha misurato il livello di maturità delle piccole e medie imprese nell'affrontare le sfide del rischio climatico, un tassello complementare all'analisi macroeconomica sul debito sovrano;
- Per il settore assicurativo, lo studio rappresenta un riferimento quantitativo di rilievo per valutare l'esposizione del rischio sovrano italiano al clima, un tema che si intreccia con il dibattito europeo in corso su un meccanismo di risk-sharing cat-nat e con l'attenzione crescente di EIOPA al protection gap italiano ed europeo.
Fonte: https://www.regionieambiente.it/rischio-climatico-costi-italia-cmcc/