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Il Fondo Made in Italy da 900 milioni finanzia impianti di riciclo e aziende lungo tutta la filiera delle materie critiche

Cos’è successo
Il 22 luglio 2026 il governo italiano ha reso operativo il Fondo Nazionale del Made in Italy (FNMI) con una dotazione iniziale di 900 milioni di euro destinati alle materie prime critiche e alle filiere strategiche. 300 milioni vanno al Fondo Real Asset (gestito da Invimit) per infrastrutture, impianti di riciclo e asset produttivi; 600 milioni al Fondo Imprese (gestito dal Fondo Italiano d’Investimento) per aziende lungo l’intera catena del valore, dall’approvvigionamento al riciclo.
L’obiettivo dichiarato dal ministro Adolfo Urso è mobilitare capitali privati, rafforzare la sicurezza delle supply chain, ridurre le dipendenze estere e consolidare la sovranità industriale. Il contesto è quello della forte esposizione italiana: circa 77 mila imprese dipendono significativamente dalle materie critiche (litio, cobalto, nichel, terre rare, grafite, silicio), generando 490 miliardi di euro di fatturato (58% della manifattura). L’Italia importa ogni anno circa 21,2 miliardi di euro di queste risorse, coprendo solo l’8% del fabbisogno con produzione interna. Il Fondo si allinea al Critical Raw Materials Act europeo e punta su riciclo avanzato, raffinazione e componenti a più alto valore aggiunto, più che su una massiccia estrazione nazionale. L’iniziativa del Fondo rappresenta un passo concreto nella direzione a lungo auspicata, collegando politica industriale, sicurezza e transizione digitale/energetica.
Perché conta
Le materie prime critiche sono ormai infrastruttura strategica al pari dell’energia e dei dati: senza di esse non ci sono batterie, magneti, semiconduttori, robotica, data center e AI. L’Italia riconosce finalmente la vulnerabilità strutturale e prova a costruire filiere più resilienti.
- Cambio del quadro strategico: con l'iniziativa, l’Italia da semplice consumatore dipendente (soprattutto dalla Cina nella raffinazione) cerca di diventare un attore nelle fasi a maggior valore aggiunto (riciclo, trasformazione, componenti), in linea con de-risking europeo e allineamento con USA;
- Rottura sistemica: Il fondo segna un cambio di passo nella politica industriale italiana, legando Made in Italy a sicurezza degli approvvigionamenti e sovranità tecnologica, superando l’approccio puramente ambientale o di mercato, perseguito in passato.
Adesso
- Il Fondo dovrà attrarre investitori privati e selezionare progetti concreti su riciclo RAEE/batterie, raffinazione e infrastrutture, mentre si semplificano le autorizzazioni minerarie e di impianti;
- Il Ministero della Difesa potrebbe spingere per una maggiore integrazione tra esigenze civili e di sicurezza/difesa, con stockpiling e partnership internazionali;
- Nel medio termine, il successo dipenderà dalla capacità di collegare il Fondo a ricerca, innovazione e grandi programmi europei: se riuscirà, l’Italia potrà rafforzare la propria posizione nelle filiere strategiche; altrimenti resterà esposta a shock geopolitici e a una dipendenza strutturale.