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Il 70% del pesce consumato nell’Ue è importato: la risposta è "Vision 2040"

3 min di lettura

Cos’è successo

La Commissione europea ha aperto una consultazione pubblica sulla Vision 2040 per la pesca e l'acquacoltura, un quadro strategico quindicennale che si propone di ridisegnare l'intera filiera ittica europea, dalla pesca alla trasformazione dei prodotti acquatici. Il documento di indirizzo parte da un dato che è già una diagnosi: il 70% dei prodotti ittici consumati nell'Ue è oggi importato da Paesi terzi, e la produzione interna non è in grado di compensare il divario.


La Vision 2040 articola la risposta in quattro assi interconnessi: -Domanda di alimenti acquatici -Offerta produttiva -Forza lavoro -Infrastrutture e finanziamenti

L'obiettivo dichiarato è rafforzare la sostenibilità delle importazioni migliorando al contempo la competitività e la resilienza dei settori della pesca e dell'acquacoltura europei, inclusa la trasformazione. Il documento si inserisce nell'European Ocean Pact, adottato il 5 giugno 2025, che riunisce per la prima volta sotto un unico framework coordinato tutte le politiche Ue legate al mare, con sei priorità: salute degli oceani, blue economy sostenibile, comunità costiere, ricerca e innovazione, sicurezza marittima e governance globale degli oceani, e cui si affiancherà un Ocean Act legislativo entro il 2027. La proposta finale della Vision è attesa per il terzo trimestre del 2026.

Perché è importante

La Vision 2040 non è un esercizio burocratico ordinario: è il primo tentativo europeo di rispondere organicamente a una crisi che la Politica Comune della Pesca del 2013 non è riuscita a risolvere. Con 70.000 chilometri di coste e circa il 40% della popolazione europea che vive in regioni costiere, le attività legate al mare generano circa 5 milioni di posti di lavoro e un valore aggiunto di oltre 250 miliardi di euro. Eppure il settore è in declino: forza lavoro che invecchia, ricambio generazionale insufficiente, dipendenza dai combustibili fossili. Il Mediterraneo è il nodo più critico. Solo il 17% dei pescatori del Mediterraneo e del Mar Nero ha meno di 25 anni, mentre quasi la metà ha più di 40, e il bacino resta una delle zone più sovrasfruttate d'Europa. Nel 2024 circa il 30% dei segmenti di flotta attivi nel Mediterraneo esercita un livello di attività superiore a quello sostenibile, e stock come nasello e pesce spada risultano sovrasfruttati. La pesca artigianale, che rappresenta l'83% della flotta attiva nel Mediterraneo e nel Mar Nero e il 52% del personale imbarcato, genera però solo il 3% delle quantità pescate, segnalando una struttura produttiva squilibrata che le sole norme sulle quote non bastano a correggere.

E adesso?

Per tradurre gli obiettivi dell'Ocean Pact in obblighi vincolanti, la Commissione presenterà un Ocean Act entro il 2027, basato su una revisione della Direttiva sulla Pianificazione dello Spazio Marittimo, con l'obiettivo di rafforzare il coordinamento intersettoriale e ridurre la burocrazia. Il completamento della consultazione, chiusa il 24 marzo 2026, apre ora la fase più delicata: tradurre i contributi degli stakeholder in indirizzi politici concreti. Per il Mediterraneo, la Vision 2040 dovrà affrontare un paradosso politico preciso: imporre riduzioni dello sforzo di pesca ai paesi UE in un bacino condiviso con stati terzi: Turchia, Marocco, Tunisia, Egitto, che non applicano le stesse regole, scaricando sui pescatori europei il costo della transizione ecologica senza garantire parità competitiva. La vera sfida per l'Unione sarà coniugare sostenibilità, competitività e sicurezza degli approvvigionamenti, evitando che l'inasprimento delle regole interne finisca per rafforzare ulteriormente la dipendenza dai mercati extra-UE invece di ridurla.

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