News & BusinessECONOMIA & MERCATI
Geopolitica e crescita: il conto nascosto della resilienza europea
Cosa è successo?
Nel 2025 l’economia europea ha tenuto meglio del previsto: nessuna recessione, mercati azionari solidi, investimenti in tecnologia in aumento e spesa per la difesa in forte espansione. A dispetto del “peak pessimism” di inizio anno, l’UE ha mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese. Ma, come osserva Marieke Blom, capo economista di ING, sotto questa superficie rassicurante si sta accumulando un costo strutturale legato alla geopolitica: la frammentazione dell’economia globale e la costruzione di resilienza stanno lentamente erodendo il potenziale di crescita europeo.
Perché è importante?
La pressione geopolitica agisce attraverso canali noti ma sempre più pervasivi. Barriere commerciali, riconfigurazione delle catene del valore, minori flussi di investimenti esteri e ridotta mobilità del lavoro abbassano l’efficienza e la produttività, limitando il trasferimento tecnologico. A questi effetti di medio periodo si sommano quelli di breve: shock sulle supply chain, volatilità dei prezzi energetici, inflazione e freno ai consumi. Anche senza crisi acute, l’incertezza geopolitica aumenta i premi al rischio, ritarda gli investimenti e incentiva il risparmio precauzionale. Il risultato è un doppio colpo: domanda più debole oggi e minore capacità produttiva domani. C’è poi il prezzo della resilienza stessa. L’aumento della spesa per la difesa, pur creando opportunità per alcuni settori, implica più tasse o più debito nel tempo e sottrae forza lavoro a un mercato già teso. I sussidi pubblici per proteggere imprese e famiglie (dall’energia in Europa agli incentivi industriali negli Stati Uniti) rafforzano la sicurezza economica, ma spiazzano investimenti privati e comprimono altre voci di spesa. Anche le imprese pagano: il 28% sta adattando supply chain e scorte, ma il 38% segnala costi più elevati. E il fatto che il 72% non stia ancora intervenendo evidenzia un problema di esternalità positive: la resilienza privata beneficia il sistema, ma non viene adottata spontaneamente su larga scala.
E adesso?
La traiettoria è chiara: più intervento pubblico e più regolazione per imporre resilienza – dalla diversificazione obbligatoria delle catene di fornitura alla resilienza operativa digitale, fino alle leggi sulla localizzazione dei dati. È una risposta razionale a un mondo più instabile, ma comporta un trade-off esplicito con la crescita. Per questo, secondo Blom, le imprese europee hanno un ruolo decisivo: nei dialoghi con i governi devono difendere mercati aperti e cooperazione globale, ricordando che il costo della frammentazione aumenterà nel tempo. L’Europa non sta crollando; sta pagando, in modo graduale ma cumulativo, il prezzo della geopolitica. La sfida del prossimo decennio sarà contenere quel prezzo senza sacrificare il motore della crescita.