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Dazi globali: il rallentamento non è una crisi, ma un costo strutturale
Cosa è successo?
Dopo il primo anno del secondo mandato Trump, l’impatto dei dazi sull’economia globale appare meno dirompente del temuto, ma più persistente. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso la crescita mondiale al 3,1% nel 2026, contro il 3,3% stimato un anno fa e il 3,7% medio del periodo pre-Covid. Il cosiddetto “tariff shock” è risultato più contenuto perché molti Paesi hanno evitato ritorsioni aggressive, la Cina ha ottenuto rapide concessioni in alcuni momenti critici e il sistema ha assorbito parte dei costi grazie a esenzioni, tassi più bassi e aggiustamenti delle imprese lungo le catene del valore. Ma il prezzo macroeconomico resta.
Perché è importante?
Il vero impatto dei dazi non si misura in uno shock improvviso, bensì in una erosione progressiva del potenziale di crescita. Costi più elevati, incertezza regolatoria e frammentazione commerciale riducono l’efficienza delle supply chain e frenano gli investimenti di lungo periodo. Come osserva Maurice Obstfeld (Peterson Institute), queste frizioni “si accumulano nel tempo”: meno produttività, meno capitale allocato in modo efficiente, crescita strutturalmente più bassa. Il fatto che il commercio globale abbia comunque superato i 35 mila miliardi di dollari nel 2025 non smentisce il problema: segnala piuttosto un’economia che regge nel breve, ma con fondamentali indeboliti nel medio periodo.
E adesso?
Nel 2026 il rischio principale non è una guerra commerciale aperta, ma una normalizzazione della bassa crescita. Se i dazi restano parte integrante della politica economica, il mondo entrerà in una fase di espansione più lenta, meno sincronizzata e più vulnerabile agli shock. Per governi e imprese la sfida non sarà “resistere” ai dazi, ma decidere se investire in un sistema globale più frammentato o spingere per una stabilizzazione delle regole commerciali prima che il costo cumulato diventi permanente.