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Cuore: ancora il punto critico per la longevity europea

4 min di lettura

Se parliamo di longevity in modo serio, c’è un numero che non possiamo ignorare: nell’Unione europea le malattie cardiovascolari causano 1,7 milioni di morti l’anno, circa una morte su tre, e riguardano 62 milioni di persone.

Nel frattempo, è vero che il cancro sta diventando sempre più frequente nel senso più banale del termine: più persone ricevono una diagnosi, anche perché viviamo più a lungo e l’età è un moltiplicatore di rischio. Ma proprio per questo è ancora più impressionante che, nei Paesi occidentali, le malattie cardiovascolari restino la prima causa di morte.

Se davvero vogliamo vivere a lungo e in salute, il cuore e i vasi non possono essere “un tema tra i tanti”.
Devono essere un pensiero costante.

La parte incoraggiante è che non stiamo parlando di un destino inevitabile. Negli ultimi decenni l’Europa ha già dimostrato che si può cambiare traiettoria: tra 1980 e 2005 in diversi Paesi la mortalità cardiovascolare si è quasi dimezzata. È stata una combinazione di prevenzione, gestione migliore dei fattori di rischio, farmaci e percorsi ospedalieri più efficaci. Poi però la curva ha iniziato a perdere slancio: dal 2011 la discesa rallenta.

E qui arriva il punto più politico: oggi non siamo solo in uno stallo, stiamo vedendo una divergenza. In Europa le differenze territoriali sono enormi e in alcuni confronti la mortalità varia di molte volte tra aree diverse, soprattutto nel divario Est Ovest. La pandemia ha accentuato questa frattura in diversi Paesi già fragili. Nel frattempo il costo sociale resta gigantesco, circa 282 miliardi di euro l’anno, attorno al 2% del PIL dell’Unione europea.

Il bivio

Siamo davanti a un bivio molto semplice da descrivere e molto difficile da attraversare. Possiamo accettare una stabilità apparente che in realtà significa convivere con milioni di eventi evitabili e con divari regionali che diventano strutturali, oppure possiamo continuare l’inversione e spingere le malattie cardiovascolari verso il margine, fino a farle somigliare a un ricordo del passato.

Come si “eliminano”, nel senso pragmatico del termine, le malattie cardiovascolari? In tre mosse.

  1. La prima è la prevenzione primaria, quella che conosciamo da sempre e che vale anche per tante altre patologie(tumori compresi): peso in equilibrio, movimento, dieta ricca di vegetali, meno sedentarietà, meno fumo, attenzione all’ambiente in cui viviamo, inclusa l’esposizione all’inquinamento. E non è moralismo, è matematica: una quota enorme del rischio (circa l’80%) è legata a fattori modificabili.

  2. La seconda è intercettare in tempo la quota che non riusciamo a evitare (la cosiddetta prevenzione secondario o screening). Anche qui non serve magia, serve esecuzione: screening, controlli regolari, diagnosi precoce dei fattori di rischio. E invece abbiamo buchi ancora elementari, come la pressione arteriosa misurata troppo di rado in una parte significativa degli adulti.

  3. La terza è la prevenzione terziaria, cioè fare bene dopo il primo evento. È spesso lì che si decide il resto della vita di una persona: follow up serio, programmi post dimissione, monitoraggio, riabilitazione, aderenza terapeutica.

È una strada lunga, complicata e poco sexy.

Il problema è che la prevenzione, soprattutto quella primaria, è profondamente controintuitiva per noi. Il nostro cervello è costruito per rispondere all’urgenza del presente, non per investire oggi in un beneficio invisibile tra dieci anni. E qui entra l’altra strada, che non è risolutiva, non è priva di costi e apre questioni etiche e distributive, ma può diventare un aiuto concreto: i farmaci di nuova generazione per la gestione dell’obesità (Ozempic e compagnia). La cosa interessante è che stanno mostrando benefici cardiovascolari che non si riducono solo al dimagrimento e quindi possono ridurre eventi e mortalità in alcuni contesti clinici. Non sono la soluzione, ma possono essere un corrimano mentre si sale la lunga scala della prevenzione e della presa in carico.

Interessarsi di longevity non vuol dire sognare l’immortalità. Vuol dire una cosa molto più sobria e, se vogliamo, più ambiziosa: togliere di mezzo le cause di morte più ovvie, quelle che conosciamo, misuriamo e in gran parte sappiamo prevenire. Se vogliamo davvero allungare la vita sana, il bersaglio numero uno è ancora lì, davanti a noi, ogni giorno: le malattie cardiovascolari.

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